Bothanica dei Momix. Da vedere, da evitare
Se non li avete mai visti, è uno spettacolo da vedere. Se già li conoscete, "Bothanica" ve lo potete risparmiare
Non sappiamo se la nuova creazione di Moses Pendleton “Bothanica” – in scena all’Olimpico fino al 28 febbraio – raccoglierà lo stesso successo di sempre. Quel che è certo è che si tratta dello stesso spettacolo di sempre. Se dei Momix avete sentito parlare e non li avete ancora mai visti acciuffate un biglietto: questo nuovo spettacolo coreograficamente è quasi inesistente ma è abbastanza ben eseguito (niente a che vedere con le approssimazioni grossolane che due anni fa avevano caratterizzato la ripresa di “Passion”) e tutto sommato è un prodotto di ottima qualità artigiana. Ricco di una fantasmagoria di effetti ottici e di effetti speciali che rasentano spesso la poesia. Vi divertirà ragionevolmente, il travolgente finale vi risolleverà lo spirito e alla fine vi sarete impadroniti di un pezzettino di storia della cultura popolare, anche romana: da ventisei anni gli interpreti di Pendleton tengono banco ogni anno nella Capitale. Da trenta son di casa in Italia. Ovunque applauditi, spesso osannati. Se invece li avete già visti potete considerare il capitolo chiuso. Nonostante in questo caso Pendleton si richiami addirittura al testo “L’intelligenza dei fiori” del poeta premio Nobel Maurice Maeterlink, da brava, vecchia volpe si tiene in realtà stretto alle sue collaudatissime “formule magiche” e ripropone, pari pari, perfino idee (per esempio quella delle due donne che si fronteggiano ciascuna seduta sulle spalle di due maschi) che risalgono addirittura ai suoi primi anni di attività in Pilobolus, la compagnia da lui fondata con alcuni compagni di college nel 1971. Si parla spesso di Pendleton come di un innovatore: al massimo lo era quarant’anni fa.
Donatella Bertozzi
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Pubblicato il 17/02/2010 © Riproduzione Riservata