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  • INTERVISTA
    Di Caprio, violento amore per Marty

    Shutter island. Il binomio più affiatato e redditizio di Hollywood

    Leonardo Di Caprio e Martin Scorsese tornano insieme, per la quarta volta. Dopo “Gangs of New York”, “The Aviator” e “The Departed”, il binomio più affiatato e redditizio di Hollywood si è ritrovato per “Shutter Island” (dal 5 marzo al cinema) il nuovo film del regista premio Oscar, già applaudito qualche giorno a Berlino. Scorsese e Di Caprio hanno scelto Roma per consacrare un matrimonio artistico tra i più felici e solidi della storia del cinema, qualcosa di simile al rapporto che lega Johnny Depp a Tim Burton o ha legato in passato Clint Eastwood a Sergio Leone. All’Hotel Hassler, Leonardo Di Caprio si racconta per Romac’è, ammettendo di non conoscere la testata (ma gliene faremo avere una copia, promesso), ma di accettare ben volentieri perché ha “Roma” nel titolo. «Sono molto legato a questa città – afferma il Di Caprio – ci ho vissuto per circa un anno ai tempi delle riprese di “Gangs of New York”. La adoro, ho molti amici e, quando posso, ci torno volentieri».

    Prima di parlare del suo nuovo ed intenso lavoro, “Shutter Island”, ci dica i luoghi di Roma che ritiene più suggestivi.
    Non basterebbe mezz’ora se dovessi elencarli tutti. Posso dire che, esclusi per eccessiva bellezza il Colosseo, San Pietro e i Fori, adoro certi quartieri come Trastevere (lui la chiama “Trestevere”, ndr) e Testaccio. Sono dei quartieri popolari molto belli, dove si respira la vera anima della città.

    E’ riuscito a visitare Trastevere e Testaccio? E come?
    Ho vissuto qui da voi per un anno. Quando finivamo le riprese a CineCittà, a volte, insieme a qualche tecnico italiano della troupe andavamo in gran segreto in qualche enoteca a bere un bicchiere di vino. Per non farmi riconoscere e poter rilassarmi un po’ dopo tante ore di lavoro, mi facevo fare una barba posticcia dalla truccatrice del film, poi mettevo gli occhiali grandi e un cappello. E nessuno mi fermava.

    Bene, ora parliamo del suo nuovo film, un thriller particolarmente cupo e, a tratti, anche violento.
    Credo che i grandi personaggi che Martin Scorsese ha saputo meglio rappresentare sono quelli violenti. Una violenza scaturita da un dolore interiore che viene esteriorizzato all'esterno. I suoi migliori personaggi sono quelli che mi facevano capire quale fosse la natura umana più profonda. E ho fatto i conti col personaggio più complesso, più dark, più violento della mia carriera. Ma è stato un onore farlo con Scorsese.
     
    Ci racconti qualcosa di più su di lui e anche sul film, che qualcuno ha paragonato al mitico “Taxi Driver”.
    Interpreto l'ispettore Teddy Daniels, chiamato a investigare la scomparsa di una donna in un manicomio criminale a Shutter Island a largo di Boston, negli anni '50, per poi precipitare in un viaggio psicologico nel senso più cupo della violenza e della tragedia, con un finale tutto a sorpresa. Cosa mi ha intrigato di questo film e del personaggio? Senza svelare nulla del finale, il ruolo ha una dualità, e io ho cercato di sperimentare gli estremi del suo comportamento. Il film è un mix di generi, tra il thriller psicologico e l'horror gotico, ma il senso della perdita, del trauma, della tragedia, di fare i conti col dolore e la sofferenza diventano protagonisti. Per interpretarlo, mi sono preparato molto, ho visto documentari sulla malattia mentale.

    Quali sono stati i suoi punti di riferimento professionali sia per questo ruolo sia, più in generale, della sua carriera?
    Senza dubbio Robert De Niro, James Dean e Montgomery Cliff. Ho cominciato presto, a 15 anni, e loro erano, come sono ancora, i miei eroi a cui guardare. Devo dire che forse ci vorrà una vita per raggiungerli, anche sei da parte mia non mi sentirò mai arrivato. Quando interpreto un ruolo sono sempre molto nervoso e penso che avrei potuto fare di più.

    Però lei, come De Niro, ha il privilegio di essere il “prediletto” da Scorsese, non uno qualunque…
    Tra me e Marty si è creato un rapporto di grande e incredibile fiducia. Sono attirato dai ruoli più oscuri e questo film al di là di tutto parla di una tragedia umana, parla di perdita dell’innocenza da parte di persone che si ritrovano a che fare con una situazione inimmaginabile, più grande di loro.

    E’ vero che prima di ogni film Scorsese le fa vedere decine e decine di film?
    Si è così, fa parte del suo metodo, che peraltro condivido. Sin dalla nostra prima collaborazione insieme, per “Gangs of New York”, Scorsese mi ha indicato numerosi film, a volte introvabili, per prepararmi al ruolo. Questa volta mi ha fatto vedere “Le catene della colpa” di Jacques Tourneur e “Vertigine” di Otto Preminger, che accomunano “Shutter Island” da un forte senso di paranoia.
    Pier Paolo Mocci

    Scheda del film

    Pubblicato il 20/03/2010 © Riproduzione Riservata

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