La danza è bigama, o adultera. Da una parte è compagna storica della musica, da cui attinge respiro e ritmo. Dall’altra, con uguale passione ma più discrezione, la tradisce col teatro. Questo triangolo, quest’idillio poligamo, è andato avanti nella più assoluta armonia per secoli: fino a quando, circa nel Seicento, l’Occidente separa gli ambiti del teatro e della danza, che iniziano a scambiarsi segnali di diffidenza reciproca. Con beneficio di approssimazione, ciò è valso fino alla fine del secolo scorso. Dopo le sperimentazioni di Pina Bausch o Carolyn Carlson, Lindsay Kemp, Merce Cunningham o Marta Graham, non è stato più possibile, tranne che per i più solerti filologi della forma, pensare a teatro e danza come linguaggi separati, né è stato più efficace qualsiasi criterio di giudizio a compartimenti stagni. Dalla sponda del teatro, intanto, Eugenio Barba, Julian Beck o Peter Brook procedevano in senso opposto lungo la stessa direttrice. Termini come coreografia, ritmo, passo, partitura, equilibrio, disegno dei movimenti, entravano nel gergo di lavoro dei registi più illuminati che, definitivamente, avrebbero introdotto i processi creativi della danza nella ‘cucina’ del teatro. In Oriente una tale distinzione non c’è mai stat a. Attore e danzatore sono, nel No giapponese come nel Kathakali indiano, la stessa cosa: nel vocabolario comune non esistono parole distinte che ne traducano i significati. Quattro secoli per tornare all’originario, ancestrale matrimonio trino: teatro-danza-musica, un organismo con articolazioni simil dalla Grecia alla Cina, dalla Russia al Sudamerica all’India. Questa lezione arriva fino a noi per essere raccolta dai migliori performer, dai danzatori e dai coreografi più spregiudicati. Così, un teatrante come Pippo Delbono è figlio legittimo e dichiarato del tanz-theater di Pina Bausch. D’altra parte, registi come Giorgio Barberio Corsetti hanno contaminato ulteriormente il triangolo di cui sopra presentando alla danza il circo: i due, subito riconosciutisi, continuano un flirt che a tutt’oggi sa di rapporto stabile. Fa perno su questa molteplice relazione, su questa attestata complementarietà fra musica, teatro e danza – cui aggiunge il meticciato del ‘nouveau cirque’ – una rassegna di ampia gittata prospettica come Equilibrio. Invenzione proprio di Corsetti che quel principio di affinità aveva esplicitato in cinque riuscite edizioni, il Festival della Nuova Danza è alle porte per la sua VI esternazione che inaugura la direzione biennale del belga Sidi Larbi Cherkaoui, coreografo e danzatore di grido che proprio della commistione di linguaggi ha fatto bandiera. In piena continuità con la precedente direzione, la vetrina indaga le border-line fra danza, teatro, circo e musica, con uno spot sulla nuova scena statunitense e una sezione-concorso con un premio di produzione per artisti emergenti.
Il programma si protrae per tutto il mese. Per scoprire che l’antico tradimento si consuma nel sudore pure oggi. O che tradimento, in verità, non c’è mai stato.
Francesco Ruffini