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  • L'INTERVISTA
    Paolo Virzì,
    La prima cosa bella

    Intervista al regista livornese, nelle sale col nuovo film da lui scritto, diretto e prodotto

    Il mese più lungo della sua vita. Il più bello, sicuramente il più emozionante. Paolo Virzì porta nelle sale il suo ultimo film scritto, diretto e prodotto, “La prima cosa bella”, un affresco di provincia ambientato a Livorno negli anni ’70 ricco di spunti autobiografici. Poi, a metà febbraio, verrà al mondo il frutto dell’amore con la bellissima moglie, l’attrice Micaela Ramazzotti (protagonista del film). «Sarà un maschietto, ma ancora non abbiamo scelto il nome», racconta emozionato. «Micaela partorirà a Roma e, se i tempi verranno rispettati, la creatura dovrebbe nascere intorno al 26 febbraio o giù di lì». Un bimbo del segno dei Pesci: «dicono che siano precisi, così metterà un po’ in ordine la mia vita…». Un evento personale che inciderà indubbiamente nella vita professionale di uno degli autori più apprezzati del panorama italiano. Vita professionale che, tra l’altro, si è già felicemente mescolata col privato, visto che il 17 gennaio Virzì e la Ramazzotti festeggeranno un anno di matrimonio. «Sono follemente innamorato di lei, come potevo non sceglierla per interpretare un mio film? Capisco benissimo Roberto Benigni: se tua moglie è un’attrice non puoi fare a meno di pensare a lei per il personaggio femminile, anche se non c’entra niente. Per fortuna in questo caso ci sta benissimo…».
    Com’è stato dirigere sua moglie, Micaela Ramazzotti?
    Un’esperienza bellissima. La adoro e ho avuto una cura maniacale nei suoi confronti, forse anche eccessiva. A sentire lei pare che sia stato nei suoi confronti fin troppo severo, alla fine di qualche giornata di riprese ho dovuto subire i suoi rimproveri, mi ha detto che con lei sono stato più “cattivo” che con gli altri. Ma io non me ne sono accorto. Se così è stato le chiedo scusa.
    Ci racconti il nucleo del film e ci dia un motivo per vederlo
    E’ una storia solo in parte autobiografica, con elementi tratti dalla mia infanzia e adolescenza elaborati e romanzati insieme agli sceneggiatori Francesco Bruni e Francesco Piccolo. Siamo nell’estate del 1971 e piccoli eventi locali cominciano a segnare la vita dei personaggi del film. Tra questi è sicuramente un perno centrale l’elezione di Miss Pancaldi, un momento clou della stagione estiva livornese celebrato nello stabilimento balneare più noto della costa, il Pancaldi appunto. Da qui inizia la storia della famiglia Michelucci dagli anni Settanta ad oggi. Perché andarlo a vedere? Perché rappresenta una valida alternativa, indubbiamente meno aliena, ad “Avatar”. Perché non si vive di soli effetti speciali.
    Siamo di fronte ad un altro Amarcord (dal dialetto romagnolo “Io mi ricordo”) dopo “Baarìa” di Tornatore e “L’uomo nero” di Rubini?
    Ci sono emozioni forti ma è sicuramente frutto di un’invenzione romanzata. Alcuni episodi e delle suggestioni sono tratte dalla realtà, ma per il resto è fantasia. Prendere dalla vita è una tecnica che noi autori usiamo. Rubiamo qua e là per raccontare poi una storia che va altrove.
    E quella di “La prima cosa bella” dove va?
    Vorrei che fosse lo spettatore a scoprirlo, non vorrei rivelarlo in anticipo. Quello che so di certo è che non volevo fare un film sul passato, nostalgico. La nostalgia è qualcosa che non mi appartiene e non mi piace. Io vivo il presente e guardo al futuro. E così è il film: attraverso il passato vuole raccontare l’oggi.
    Si è circondato di un cast di amici e parenti.
    Si, il clima era totalmente familiare. Oltre a Micaela ho richiamato Claudia Pandolfi con la quale avevo lavorato in “Ovosodo”. Ho ritrovato in lei, completamente immutato, quel carattere livornese che avevo lasciato tanti anni fa. Poi c’è Valerio Mastandrea, al terzo film insieme, che ormai considero un fratello. E per il ruolo di Micaela da grande ho voluto il mio mito di sempre, l’attrice che mi ha fatto sognare sin da ragazzino: Stefania Sandrelli.
    E con la Sandrelli come è andata?
    Magnificamente. Lei è straordinaria, posso continuare all’eccesso usando solo parole sdolcinate e positive: sono stato e sono tutt’ora innamorato di lei, una viareggina che ha provocato desideri proibiti all’Italia intera. Sul set portava ogni giorno positività e tanta energia. E’ una persona bellissima. La amo, lo scriva, tanto Micaela capirà.
    C’è un episodio molto divertente legato alla lavorazione del film, ce lo racconta?
    C’era la partita di calcio Livorno-Brescia, la finale play-off che avrebbe mandato una delle due in serie A. I giocatori del Brescia alloggiavano presso il nostro albergo e, la tecnica dei tifosi del Livorno, fu di cantare, sparare petardi e fare bordello per tutta la notte prima della gara per infastidire i calciatori. Il risultato fu che sia noi che il Brescia non riuscimmo a dormire. Le riprese il giorno dopo furono sospese e decidemmo di andare allo stadio: cinquanta persone, tra attori e tecnici, a tifare Livorno, che vinse la partita e fu promosso in A.
    Pier Paolo Mocci

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    Pubblicato il 09/03/2010 © Riproduzione Riservata

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