Lo spirito di “8 1/2” aleggia sul cinema da quasi mezzo secolo. Tutti i registi che ad un certo punto della loro carriera hanno sentito l’esigenza di portare sullo schermo i loro tormenti per un blocco creativo (anche di scrittori, o di musicisti e artisti in genere) non hanno potuto non rifarsi, anche solo di sfuggita, a quello che molti considerano il capolavoro di Federico Fellini. E nessuno si è neppure lontanamente avvicinato a quello straordinario esito artistico, men che meno quest’ultimo “Nine” che pure a “8 1/2” si ispira direttamente.
“Nine” è la trasposizione cinematografica di un musical americano che debuttò a Broadway nel 1982 ed è stata una delle produzioni di maggior successo del decennio, vincendo anche vari premi. Al centro della storia c’è il regista italiano Guido Contini (Daniel Day-Lewis nei panni del personaggio interpretato da Marcello Mastroianni in “81/2”, che si chiamava anch’egli Guido, ma Anselmi) che ad una settimana dall’inizio delle riprese del suo nono film non ha che un titolo, “Italia” (!), una protagonista, Claudia (Nicole Kidman) e una serie di scenografie e costumi confezionati a Cinecittà. Per sfuggire alle pressioni del produttore (Ricky Tognazzi) e della troupe, ma anche alla ricerca di una impossibile ispirazione, si rifugia ad Anzio dove viene raggiunto prima dall’amante Carla (Penelope Cruz), poi dalla sua troupe tecnica al gran completo, dalla moglie Luisa (Marion Cotillard) e da una giornalista di Vogue (Kate Hudson). Mentre cerca di destreggiarsi tra le sue angosce e le ingombranti presenze, il regista si appella ai suoi ricordi d’infanzia a Pesaro (?), alla madre amorevole (Sophia Loren), alle scorribande con i compagni sulla spiaggia per vedere la procace Saraghina (Fergie alias Stacy Ferguson). Senza aver risolto nulla ed anzi sempre più tormentato, Guido torna a Roma e prova ad immergersi, senza successo, nella lavorazione di un film che non esiste e non esisterà forse mai.
Trattandosi di un musical, “Nine” vede ogni situazione punteggiata da un numero musicale che non risparmia nessuno, neppure l’austera Judi Dench (la costumista) scatenata (si fa per dire) in un numero che evoca un po’ gratuitamente le Folies Bergere. Per il resto, le canzoni ruotano in gran parte al fascino dell’Italia, del cinema italiano, della dolce vita e del tempo che fu. Che per il pubblico nostrano, più che un affettuoso omaggio, con i suoi stereotipi appare una presa in giro. Senza le geniali intuizioni felliniane, con la mancanza di snodi narrativi significativi, con numeri musicali che non sfruttano le possibilità del cinema ma conservano la loro matrice teatrale, con una regia poco mobile e poco ispirata, ne risulta un film altamente soporifero che non si riscatta neppure con la parata di star che mette in fila. Daniel Day-Lewis, ingobbito e spesso nascosto dietro pesanti occhiali neri, si direbbe non pervenuto, mentre tra le attrici si salva solo Marion Cotillard, l’unica a prendere veramente sul serio il suo personaggio di moglie trascurata e tradita. E l’amor patrio impone anche una ramanzina al regista per come ha sciupato i talenti dei tanti nostri attori presenti; tra gli altri, ritrovare Valerio Mastandrea dopo la straordinaria prova nell’ultimo film di Virzì ridotto a poco più che comparsa come portiere d’albergo, fa una certa impressione. Ci sono anche, oltre ai citati, Giuseppe Cederna, Elio Germano, Roberto Nobile, Remo Remotti, Martina Stella, Monica Scattini e Roberto Citran.
Alberto Maria Castagna
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